Sabato 6 Aprile ha avuto luogo il primo incontro sul seminario riguardante la Street Art nella scena romana, a cura di Marcella Gherzi (psicologa esperta in comunicazione visiva) che ci aiuterĂ a scoprire un’altra sfaccettatura artistica della capitale attraverso un seminario di tre incontri: sabato 6 Aprile si è svolto il primo incontro in sede avente la durata di tre ore ( 15 – 18 ), la docente Marcella Gherzi ha percorso uno studio della street art dalle sue origini ( anni 70 ) fino ad oggi, facendo un quadro generale di questa nuova forma d’arte e delle motivazioni che la caratterizzano. Sabato 13 Aprile e domenica 14 Aprile avranno luogo gli altri due appuntamenti attraverso due visite guidate, dalla medesima durata di tre ore ( 15 – 18 ). Il secondo incontro di sabato 13 avrĂ luogo al MAAM ( Museo dell’Altro e dell’Altrove di Metropoliz ), un insolito “museo” caratterizzato all’interno da opere di Street Artist. Il terzo incontro di domenica 14 sarĂ svolto nella zona del Quadraro, avente un gran numero di murales realizzati da artisti provenienti da tutto il mondo.
Roma viene definita come la capitale europea della street art. Tra gli antichi monumenti della capitale nasce una nuova forma artistica avente forte impatto e colori vivaci, dove, nella maggior parte dei casi, lo street artist mette alla base delle sue opere motivazioni personali: per alcuni è un mezzo attraverso il quale si esprime la contrarietà per il sistema economico e politico del nostro paese, per altri si tratta di condividere la propria arte raggiungendo un numero più ampio possibile di persone, riuscendo così a ribaltare e rinnovare il concetto dei musei. Grazie alla street art case di periferia e quartieri diventano letteralmente un museo a cieloaperto, di cui tutti possono goderne e apprezzarne la vista a costo zero.
Un’arte che è per tutti e di tutti.
La street art assume un ruolo fondamentale per quando riguarda la riqualificazione di quartieri romani, molti provenienti da situazioni degradanti acquistano attraverso i “murales” carattere artistico. Un esempio lo troveremo nell’ultimo incontro del seminario che si svolgerĂ a Quadraro. Uno dei quartieri riqualificati, dove vedremo in prima linea “il Muro“, un gruppo di giovani che da anni si impegna in questo progetto chiamando artisti prestigiosi da tutto il mondo.
In questi tre incontri, grazie alla docente Marcella Gherzi, si avrĂ l’occasione di acquisire una conoscenza della street art in Inghilterra, New York, con la successiva diffusione in Francia e in Italia. Un seminario che ci immerge e ci aiuta a comprendere questo nuovo “movimento artistico” che negli ultimi anni sta spopolando nella capitale.
Venerdì 8 marzo 2019, alle ore 18, presso gli spazi del MICRO (viale Mazzini 1, Roma) l’artista e architetto Barbara Lancieri presenterĂ al pubblico romano una mostra riguardante l’Africa e i suoi colori. Barbara Lancieri propone un viaggio artistico ma anche solidale: la vendita dei suoi dipinti contribuirĂ alla raccolta fondi a favore di Happy Family Grajau, una onlus che opera in Italia sostenendo i reparti pediatrici degli ospedali, mentre all’estero supporta attivamente le missioni delle Suore Dorotee di Don Luca Passi. Il ricavato de “I colori dell’Africa” verrĂ destinato ai progetti della onlus in Congo.
Fondamentale, per il concepimento di tale iniziativa, sono i diversi viaggi legati alla sua esperienza di volontariato. L’artista riflette le emozioni provate in queste esperienze nei suoi dipinti, che sonoispirati alla natura, ai colori caldi della savana e del sole, proponendoci una sua visione personale dello scenario Africano.
Nella mostra ci troveremo dinanzi ad opere aventi uno stile personalissimo, che riescono a darci una visione della vita in modo differente.
L’artista, grazie ai suoi dipinti, ci permette per qualche momento di osservare con i suoi occhi, osservare ciò che lei stessa ha visto, dandoci una visione di quest’Africa a lei tanto cara, così che, entrando in quella sala, lo diventerĂ anche per noi.
Lo scenario tocca così nel profondo l’animo di Barbara Lancieri da stimolare il desiderio di dare un contributo concreto alla popolazione e al suo ambiente tramite lo strumento universale per eccellenza: l’arte. Mostrando l’incredibile bellezza della sua musa ispiratrice, l’artista crea un legame indissolubile tra le sue opere e L’Africa.
Ma scopriamone di piĂą con l’intervista che gentilmente Barbara Lancieri ci ha rilasciato :
Quando ha cominciato a percepire se stessa non solo come architetto ma anche come pittrice ?
Fin da piccola ho sempre amato disegnare e dipingere. Sono cresciuta con la certezza di fare la veterinaria, senza mai abbandonare la passione per il disegno, fino a quando durante il liceo una cara amica di famiglia (ai tempi pittrice quotata e stilista affermata), vedendo i miei disegni mi chiese appena terminato il liceo di trasferirmi a Milano per collaborare con lei.Da quel momento la scelta di scegliere una facoltà che avesse affinità con il disegno. Dopo un paio di mesi a New York frequentando un’ Accademia di Belle Arti, mi iscrissi alla facoltà di Architettura, con l’obiettivo di conseguire una laurea per poi iscrivermi ad un corso specializzato e dedicarmi totalmente alla pittura. Naturalmente, trattandosi di una facoltà non brevissima, una volta laureata e conseguito l’esame di stato, ho iniziato la libera professione con passione. Il disegnare ed il dipingere sono comunque rimasti una costante.
Cosa l’ha spinta a proseguire con tele e colori?
La mia esperienza di volontariato è legata al mio viaggio in Namibia per stare a diretto contatto con animali selvatici, vittime di abbandoni, sottratti al bracconaggio, feriti e cresciuti in cattivitĂ . Lo scopo è tentare di reinserirli nel loro habitat naturale e nei casi in cui riescono a procacciarsi cibo autonomamente, concedergli la libertĂ . Sono partita spinta da un “mal d’Africa” e da un amore per gli animali- oserei dire -“scritto nel mio dna”. Tornare in Africa mi ha avvicinato molto anche al popolo africano e sono stata rapita dai sorrisi dei loro bimbi. Molte strutture di accoglienza, scuole, asili, ospedali, anche semplici pozzi sono frutto del lavoro di volontari.
Ci racconti qualche risultato importante raggiunto con il suo progetto…
Certamente il risultato più importante ad oggi è di grande soddisfazione personale: quello di averlo pensato e realizzato. Spero vivamente che da un desiderio personale si possano realizzare dei progetti concreti, supportati da Happy Family Grajau, dopo la mostra.
E qual è un progetto non ancora realizzato? Ne ho diversi in mente e nel cuore, con la certezza di ritornare in questi paesi, esplorando ulteriormente, viaggiando non da semplice turista ma cercando di dare un contributo pratico, arricchendomi personalmente e professionalmente.
Cosa prova mentre crea? E cosa la stimola creativamente? Sicuramente mi dà pace, trovo fortemente rilassante riflessivo e contemplativo l’atto del dipingere. Partendo dal rappresentare fotografie, l’idea di un quadro nasce da un’ immagine che mi colpisce, dal soggetto che voglio rappresentare, spesso anche alla persona a cui il quadro sarà destinato. I colori stessi creano in me emozioni e spesso vengo anche ispirata dai materiali che vorrei sperimentare.
–Il suo percorso artistico è stato ispirato da particolari episodi vissuti in Africa?
Chiaramente si, dalle emozioni.
– C è un messaggio implicito nelle sue opere ? Cosa vuole trasmettere? Onestamente no, quando dipingo mi lascio andare semplicemente, forse me stessa.
– Quali sono gli elementi cardine della sua ricerca artistica? Coltivare una passione e mettermi alla prova.
– Progetti per il futuro? Non mi dispiacerebbe continuare questo percorso artistico in modo predominante nella mia vita.
– Quali aspettative ha da questa mostra? Spero che venga raggiunto l’obiettivo, quello di raccogliere fondi per realizzare progetti didattici in Congo attraverso l’impegno della Onlus Happy Family Grajau e che i miei quadri piacciano.
– C’è qualcosa che vorrebbe lasciare detto a chi leggerĂ queste parole?
Credo che sia importante nella nostra vita riuscire a fare quello che davvero si sente, a volte avere il coraggio di cambiare anche il proprio cammino, guidati davvero da se stessi e non solo da quello che ci ruota intorno. Almeno tentare. Basta spostarci un attimo da dove siamo e tutto diventa relativo: quello che qui sembra essere fondamentale spesso non appaga, è legato a cose effimere e purtroppo ad apparenza. Avere il giusto equilibrio delle cose e rendersi conto dell’enorme ricchezza che si riceve nel dare a chi più ha bisogno.
Il 12 Gennaio 2019, negli spazi del MICRO ( Viale Mazzini 1, Roma ) è stata inaugurata una mostra dallo stile personalissimo: “Pensieri Tridimensionali” di Attilio Nesi.
Architettura, scultura e pittura : queste sono le parole chiave che descrivono l’approccio artistico di Nesi. L’ osservatore trovandosi dinanzi a tali opere compie un viaggio nella sfera personale dell’artista, una sfera che non trova spazio nella classica staticitĂ dell’arte. Al contrario, Nesi predilige l’ utilizzo di materiali non convenzionali, caratterizzati da formeplastiche fuoriuscenti dalla stessa tela.
L’artista è infatti alimentato dall’idea che l’arte debba emozionare e sorprendere.
Il suo stile particolare costituisce un unicum che ci è dato soprattutto dalla sua formazione architettonica, oltre che pittorica, dedicando ad entrambe analoga passione e dedizione. Inserito giovanissimo nell’ambiente artistico ha dedicato tutta la sua vita all’arte. Guidato inizialmente dalle influenze del padre Giuseppe ( amante dell’arte in ogni sua sfaccettatura ) ereditò con affetto questa sua passione, avviandosi successivamente verso un’altra forma artistica: l’architettura.
A questo punto decise di unire entrambe le discipline e, tale scelta, contribuì alla nascita di una ricerca pittorica intitolata “Parole tra il rosso e il nero”, sperimentando un metodo frattale.
Questi studi in particolare costituirono un elemento cardine per quanto riguarda la creazione delle pittosculture, derivanti dal titolo stesso della mostra. La peculiaritĂ ti tali opere si caratterizza dal rapporto spazio/forma che qui viene interpretato in una chiave del tutto nuova.
L’opera interagisce con lo spazio circostante creando un continuo movimento, dando così vita ad un solido legame indissolubile in grado di spezzare la classica divisione tra spazio e forma, diventando un tutt’uno. Ciò che ne possiamo nuovamente dedurre è che Nesi va oltre la tradizione.
Ma scopriamone di piĂą con l’intervista che gentilmente Attilio Nesi ci ha rilasciato :
Come si è avvicinato alla pittura?
Ho iniziato a dipingere da giovanissimo, incoraggiato e guidato da mio padre: un bravo medico che amava l’arte quanto il mestiere che, per necessità , doveva considerare primario (8 figli!); cosa che non gli impediva di dedicarsi alla poesia, alla pittura e alla musica con la stessa continuità , la stessa passione e con una significativa inclinazione. Da bambino – la mia famiglia, allora, viveva in Calabria -, ho anche frequentato un pittore professionista e insegnante d’arte, un grande amico di mio padre che ha molto consigliato lui e me, compensando efficacemente l’assenza di una scuola. Il suo nome era Giorgio Pinna, un artista e una bella persona che, ancora oggi, ricordo con affetto! Da quegli anni, non ho mai smesso di dipingere; anche se, dopo i 18 anni, con il mio trasferimento a Roma, nella mia vita, l’architettura ha affiancato la pittura, prima da studente, poi da progettista e da docente universitario. Di recente, ho accettato l’idea di non poter esercitare le due attività con lo stesso impegno; la pittura ha, quindi, preso il sopravvento sull’architettura.
Cosa di un suo dipinto mette meglio a luce la sua personalitĂ artistica?
Riferendomi alle attività più recenti e all’oggi, penso che uno dei caratteri dell’opera che mette bene in luce la mia personalità artistica sia la sua collocazione in un “processo” programmato; insieme alla “processualità ” che determina la sua specifica “costruzione”. I termini “programmare”, “processo”, “costruzione”, generalmente estranei al pensiero e al linguaggio dell’arte, sono presi in prestito dal mondo in cui ho operato per qualche decennio come ricercatore e docente di architettura, privilegiando le problematiche costruttive e la processualità delle realizzazioni architettoniche. In realtà , ciò che più mi coinvolge è la sfida di far convivere il metodo che accompagna il processo, con l’ispirazione artistica e con la ricerca di assoluto alla quale l’arte non deve mai rinunciare. A questo, aggiungerei che le mie opere più recenti soddisfano anche una mia vocazione “artigianale”: riuscire a superare la staticità della pittura tradizionale, uscire dai confini della tela, confrontandomi con materiali non convenzionali e, lavorando, avvertire la fatica nelle mani; vivere “fisicamente” la mia creatività e, nella trasformazione del materiale, misurarmi coi miei limiti fisici. Tutto questo mi coinvolge, mi soddisfa pienamente, mi dà gioia! Altro elemento che consente al mio spirito creativo di identificarsi con l’opera è la sperimentazione di un “metodo frattale”; una sperimentazione che, in qualche modo, si sovrappone alla “processualità ” di cui ho detto in precedenza. Questo metodo nasce dall’obiettivo che i principi pittorici e costruttivi che adotto abbiano senso e riconoscibilità nel dettaglio, quanto nell’opera singola e nell’insieme dell’opere: l’opera frattale nasce dall’utilizzazione di “moduli” materiali e geometrici, controllando la misura e la lavorabilità degli oggetti componenti. Questi “moduli” sono tra loro aggregati, grazie a principi compositivi e costruttivi validi per il dettaglio e per gli insiemi. Realizzo, così, un “ordine progettuale” più o meno esplicito; senza, però, rinunciare al piacere di distorcere le regole, dopo averle individuate. E’ una sorta di elaborazione teorica che si applica al quadro e si espande oltre i suoi limiti, attraverso l’atto creativo; un principio di costruzione che confligge, in modo vitale, con uno di decostruzione, per il quale la ricerca della “verità ” si sviluppa attraverso la variazione delle valutazioni critiche e la molteplicità dei rimandi da un’opera all’altra. In un certo senso, è come se, nel mio percorso, l’espressività sostanziale dell’opera volesse restare incompiuta….! E la ricerca non si ferma, anche quando, rispetto a una singola opera, abbandono il mio ruolo di operatore, diventando osservatore.
Il titolo dato all’ultima mostra: “pensieri tridimensionali “, nasce dal fatto che le opere proposte, tutte realizzate tra il 2013 e il 2018, sono pittosculture, opere ibride in cui il colore si inserisce e completa una sperimentazione tridimensionale pseudo-scultorea. Non si tratta di un processo scolastico lineare che mi ha portato dalla bidimensionalitĂ alla spazialitĂ ; infatti, altre mie opere, non esposte nella mostra, pur realizzate su superfici, restituiscono livelli, relazioni e tagli che rimandano, comunque, a esplorazioni indiscutibilmente spaziali. La selezione, con l’obiettivo della “provocazione”, è suggerita, invece, dalla constatazione che il nostro tempo, condizionato in modo crescente da vocazioni mercantili e da relazioni virtuali che hanno contaminato anche l’arte, si esprime e comunica, sempre piĂą ostinatamente, attraverso superfici, che, con finalitĂ mediatiche, propongono una tecnologia bulimica multimediale, mutevole, virtuale, spesso fatua……! Una tendenza deviante che, per il nostro campo, rischia di svuotare il pensiero creativo dell’artista e di limitarne seriamente quello critico; alimentando, così, l’altra tendenza, catastrofista, secondo la quale la pittura sarebbe da considerarsi morta, in favore degli “eventi”, delle invenzioni multimediali e interattive, delle azioni performative degli “artisti”. Mi piace sperare che la mostra, con la sua tridimensionalitĂ , possa contribuire a frenare questo dominio imperante della “superficie”, contrapponendogli l’espressivitĂ del materiale, la concretezza delle tre dimensioni, la centralitĂ dell’artista nella ricerca affannosa della sua “verità ” creativa. E possa, indirettamente, rilanciare la certezza che pittura e scultura possano ancora emozionare e sorprendere, sia pure “dilatando i confini della singola opera” (bella, a questo proposito, la recente difesa di Massimo Recalcati, nel suo recente Il mistero delle cose).
Le sue opere sono realizzate di getto o c’è uno studio, un bozzetto preparatorio, per la realizzazione?
In parte, ho già risposto a questa domanda…. Ribadisco che le mie opere più recenti hanno una crescita graduale, tendenziosamente progressiva e “aperta”, che non esclude ripensamenti, “demolizioni” e “ricostruzioni”. Nascendo con la missione di sviluppare un progetto più ampio, l’ispirazione della singola opera, può essere spontanea (e lo è quasi sempre), ma mai casuale! Rispetto al pensiero che guida la crescita del progetto, l’azione sul singolo quadro può verificarsi in qualunque momento. Cosa che avviene, quasi sempre, partendo da uno schizzo assai piccolo e sintetico, arricchito di annotazioni di massima che precisano materiali, colori dominanti e dimensioni. Richiamando il progetto di architettura, definirei, questa, una fase “preliminare”. Quasi sempre e dopo non molto tempo, segue una seconda fase di scala maggiore, che meglio definisce il supporto, i materiali e gli elementi semilavorati, i colori e la logica costruttiva del quadro. Sempre con riferimento al progetto di architettura, definirei questa seconda fase: “definitiva-esecutiva”. A questo punto, ho tutto per passare all’esecuzione: con la preventiva preparazione del “tavolo di lavoro”; costruisco e “preparo” da me anche i supporti, e i piani si riempiono di strumenti più o meno ordinati; una sorta di piccolo “cantiere”, con materiali, attrezzature e schemi di lavoro.
Nelle sue opere c’è un messaggio nascosto che il fruitore dovrebbe individuare? Cosa vorrebbe raccontare e trasmettere?
Quanto l’architettura è presente nel suo lavoro pittorico?
Credo molto, non poteva che essere così: ho esercitato questi due mestieri per tanto tempo, con analoga dedizione e passione; ne sono scaturite inevitabili sinergie, ma anche vitali conflitti e differenze, per i diversi condizionamenti esterni. Faccio, quindi, fatica a sostenere di aver fatto il pittore da architetto o l’architetto da pittore! Le sinergie e le familiarità più dirette sono in parte strumentali e riguardano la “manipolazione” dei campi geometrici; ma anche il fatto che pittura e architettura condividono, anche se con un diverso senso del limite, la contraddizione, per me vitale e indispensabile, tra le ragioni razionali e le spinte irrazionali e visionarie delle decisioni. Due strade divergenti che, magicamente, possono e debbono condurre a mete unitarie. La prima strada si muove nello spazio mentale dell’”ordine”, della razionalità e dell’organizzazione, e mi porta a istruire bene gli obiettivi e mezzi, oltre a guidarmi nel tracciare linee e vettori di forze che connettono in modo strutturato superfici ed elementi. L’altra, mi porta, invece, in uno spazio gremito di visioni, e mi fa riempire i supporti di segni e materiali, in modo più libero e appassionato, con uno sforzo di adeguamento dell’opera alla totalità del mio pensiero pittorico o architettonico; trascinandovi situazioni pensante e altre appena percepite, pensieri raffigurabili e, altri, non raffigurabili. Se esistono queste familiarità , esistono anche importanti differenze: In pittura non si può prescindere da un avanzamento instabile, che non va inteso come semplice evoluzione. L’evoluzione, come l’innovazione, è, più direttamente, obiettivo dell’architettura. La pittura, dicevo, deve incarnare il bisogno di vivere nell’instabilità ; la fuga continua da ogni rassicurante consuetudine; il godimento del “viandante”, (o, forse, in modo più problematico, il tormento di Sisifo!); il bisogno di ”navigare in mare aperto”, anche rischiando qualche naufragio e senza necessariamente porsi l’obiettivo dell’arrivo. Per contro, l’architettura, condizionata da uno scopo, oltre che dall’avanzamento delle scienze sociali e dall’innovazione dei materiali e delle tecniche, è arte di confine (come la definisce Piano) e s’identifica con l’obiettivo e la responsabilità del “viaggiatore” di arrivare in porto. In quanto arte servile (così la definisce Tommaso d’Aquino), fatta per essere abitata ed essere ancorata alla terra, ha, rispetto alla pittura, l’obbligo di rassicurare, di dar conto delle sue scelte; deve essere controllata e legittimata! A conferma di ciò è, fra l’altro, il fatto che nella ricerca “aperta” dell’arte è ammessa l’opera non finita, cosa, ovviamente, non consentita all’architettura. La pittura, infine, è felicemente libera dalla schiavitù del tempo; in architettura il tempo è, invece, un nemico da combattere; se non altro, per la finitezza fatale dei suoi materiali che confligge con l’ansia di produrre opere “eterne”.
Cosa pensa dell’arte contemporanea? Si fa abbastanza per valorizzare il settore, o si potrebbe fare di più?